geopolitica

Eurasia

Ben prima di passare il Rubicone, Vladimir Putin aveva avvertito l’Occidente Già nel 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il presidente denunciò infatti il carattere aggressivo e provocatorio dell’espansione della NATO. “Ir. Bulgaria e in Romania – disse – compaiono le cosiddette basi americane avanzate con circa cinquemila uomini ciascuna. Risulta che la NATO ha dispiegato ai nostri confini le sue forze avanzate, mentre noi, continuando a rispettare gli impegni del Trattato15, non reagiamo in alcun modo. Penso che sia ovvio che l’espansiore della NATO non ha niente a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza, stessa o con la necessità di rendere più sicura l’Europa. Al contrario, rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione? E che ne è stato delle dichiarazioni fatte dai nostri interlocutori occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni?” .

geopolitica, Società

La guerra ideologica

La guerra ideologica è quella in cui, per riproporre una definizione di Schmitt, il nemico viene demonizzato e criminalizzato. Dunque, diviene meritevole di annichilimento. La guerra ideologica non conosce limiti e si fonda sul sovvertimento della realtà. È la guerra immaginaria di pseudointellettuali, giornalisti e analisti geopolitici in preda alla sovraeccitazione bellica. È la guerra in cui si creano i falsi miti: l’eroica resistenza dei soldati ucraini sull’Isola dei Serpenti (arresi senza sparare un colpo), il fantasma di Kiev che abbatte sei caccia russi (mai esistito), la resistenza ucraina che gira i cartelli stradali per confondere l’avanzata russa (nell’era della guerra tecnologica). La guerra immaginaria è quella in cui la Russia viene descritta come Paese isolato quando invece rafforza la sua cooperazione con Cina e Pakistan (entrambe potenze nucleari) ed in cui UE ed Anglosfera vengono presentate come il “mondo intero”.

18 euro

La Russia è l’unico Stato realmente indipendente e sovrano in un’Europa politicamente frazionata e sostanzialmente soggetta, nonostante alcune renitenze, all’egemonia americana. Infatti l’unico territorio europeo che non sia occupato da basi militari USA o NATO è quello russo. L’unica capitale europea che non è tenuta a chiedere permessi agli USA e a render loro conto è Mosca. Anche sul piano spirituale ed etico, solo la Russia difende quei valori che sono patrimonio dell’autentica civiltà europea.

https://www.eurasia-rivista.com/negozio/lxiv-la-russia-territorio-libero-deuropa/

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NATO

Una vera e propria dichiarazione di guerra, non in senso figurato. L’ammiraglio Davidson, che è a capo del Comando Indo-Pacifico degli Stati uniti, ha richiesto al Congresso 27 miliardi di dollari per costruire attorno alla Cina una cortina di basi missilistiche e sistemi satellitari, compresa una costellazione di radar su piattaforme spaziali. Intanto aumenta la pressione militare Usa sulla Cina: unità lanciamissili della Settima Flotta incrociano nel Mar Cinese Meridionale, bombardieri strategici della US Air Force sono stati dislocati sull’isola di Guam nel Pacifico Occidente, mentre droni Triton della US Navy sono stati avvicinati alla Cina trasferendoli da Guam al Giappone. 

Sulla scia degli Stati uniti, anche la Nato estende la sua strategia all’Asia Orientale e al Pacifico dove – annuncia Stoltenberg – «abbiamo bisogno di rafforzarci militarmente insieme a stretti partner come Australia e Giappone». Il Parlamento europeo non ha dunque semplicemente compiuto un ulteriore passo nella «guerra delle sanzioni» contro la Cina. Ha compiuto un ulteriore passo per portare l’Europa in guerra. La Globalizzazione della NATO – Libro

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Eurasia rivista n.60

Il progetto di trasformare la Repubblica Popolare Cinese in una colonia economica americana, inaugurato ufficialmente[2] mezzo secolo fa, nell’aprile 1971, con la famosa partita di ping-pong, è rovinosamente fallito: gl’investimenti riversati sulla Cina sono stati da questa saggiamente utilizzati per acquisire un grado di potenza che le ha consentito di assumere un ruolo di protagonista mondiale. Determinati a salvaguardare la loro egemonia globale, gli Stati Uniti sono passati da una politica di “contenimento” alla creazione di un “arco di crisi” finalizzato a neutralizzare il loro avversario geopolitico. Le dichiarazioni rilasciate in maggio da Trump sul “virus cinese” (“the Chinese virus”) e sulla “peste cinese” (“the plague from China”) hanno preannunciato un ulteriore passo di Washington, che, ripescando dal lessico della vecchia guerra fredda la stantia definizione di “mondo libero” – ha lanciato un accorato appello per costituire un’alleanza internazionale anticinese. “Speriamo – ha detto infatti Mike Pompeo ai giornalisti inglesi nello scorso luglio – di poter costruire una coalizione che comprenda la minaccia e agisca collettivamente per convincere il Partito Comunista Cinese che non è nel suo interesse impegnarsi in questo tipo di comportamento (…) Vogliamo che ogni nazione capisca la libertà e la democrazia […] per comprendere la minaccia del Partito Comunista Cinese. Il mondo libero deve trionfare su questa nuova tirannia”[3].

GUERRA SENZA LIMITI

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L’impero nascosto

“Gli Stati Uniti non sono, oggi, un impero simile ai precedenti storici, da quello romano a quello britannico. E quando gli si sono avvicinati hanno comunque seguito modelli acquisitivi ed espansionistici diversi, mostra Immerwahr. Di quello britannico, però, hanno adottato la giustificazione razziale, sposandola con quella Provvidenziale. A fine Ottocento, ne davano testimonianza le parole dello storico e senatore Albert Beveridge, per il quale era stato Dio stesso a gettare “su questo suolo il seme di un popolo forte… una razza conquistatrice… Un popolo imperiale per virtù della sua forza, per diritto delle sue istituzioni, per autorità dei suoi disegni ispirati dal cielo, un popolo che dona la libertà, che non vuole tenersela per sé”. Era il 1898, l’anno in cui gli Stati Uniti annettevano le Hawaii e sconfiggevano la Spagna a Cuba e a Manila, prendendole le Filippine e Guam, Puerto Rico e le Virgin Islands. Subito dopo si sarebbero presi anche la loro parte dell’arcipelago di Samoa. Oceano Pacifico e Caraibi.
È da lì che inizia davvero il libro di Immerwahr ed emerge la sua rilevanza.
(…) Il libro tratta più estesamente la vicenda delle Filippine. Caso più importante e controverso degli altri sia per la loro importanza economica, sia per la densità della loro popolazione, sia per il succedersi dei drammatici passaggi di mano tra Spagna, Stati Uniti, Giappone e di nuovo Stati Uniti nel corso del primo Novecento. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dopo la conquista giapponese e i bombardamenti statunitensi, tra il 20 e 25 per cento degli edifici risultò distrutto o danneggiato e le vittime furono più di 1,6 milioni. Sebbene la guerra nelle Filippine sia stata “di gran lunga l’evento più distruttivo mai avvenuto sul territorio statunitense”, essa compare raramente nei testi di storia, conclude Immerwahr. Manila era stata anche, però, oggetto di ripetute promesse di indipendenza, prima della guerra. E avendo i Giapponesi concesso l’indipendenza durante la loro occupazione, gli Stati Uniti non potevano fare marcia indietro. Le Filippine divennero indipendenti nel 1946.
Prese forma allora, grazie all’egemonia militare, economica e politica acquisita dagli Stati Uniti con la guerra (e grazie alla Guerra Fredda), la struttura finale, attuale, dell’impero. Immerwahr lo chiama “impero puntillista”: non macchie di colore – come il rosso britannico sulle carte geografiche – distribuite su tutto il globo e collegate tra loro da un’unica rete di cavi per le comunicazioni interimperiali, ma una rete di punti sparpagliati nei luoghi strategici e sempre più collegati tra loro via etere. Durante la guerra, gli Stati Uniti “possedevano la cifra sconvolgente di trentamila impianti su duemila basi oltremare”. Dopo, se da una parte i movimenti anti-imperialisti impedirono a chiunque anche solo di immaginare la possibilità di acquisire nuove colonie, dall’altra, fu proprio quella presenza diffusa a suggerire i nuovi modi per “proiettare potere in tutto il pianeta”. Non nuovi “possedimenti”, dunque, ma egemonia economico-militare (e, non trascurabile, linguistico-culturale), accordi e trattati, basi militari in territori propri oppure in nazioni ospitanti, con estensioni, autonomie ed extraterritorialità diseguali. E certo, sempre, anche guerra; anch’essa però combattuta in modi diversi dal passato.

https://byebyeunclesam.wordpress.com/author/byebyeunclesam/

 

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L’Europa come rivoluzione

Dopo la guerra e la caduta del Terzo Reich Thiriart scontò due anni di prigionia per collaborazionismo e ciò lo segnò in modo particolare, sia a livello morale che politico (L. Disogra, L’Europa come rivoluzione,  Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2020, p. 21). Dopo la guerra si dedicò alla professione di optometrista e riprese l‘attività politica solo nel 1960, quando il Congo conquistò l’indipendenza dal Belgio. Thiriart, vedendo nella decolonizzazione del continente africano un segno fondamentale della decadenza politica europea, nonché il sorgere di un mondo totalmente controllato dal bipolarismo Usa-Urss, decise di appoggiare i movimenti che si opponevano a questo processo. Uno fra tutti, l’OAS francese, che si opponeva con fermezza alla decolonizzazione dell’Algeria. L’OAS era una formazione politica e militare che possiamo ancora considerare alquanto controversa, sia per i suoi rapporti con la CIA sia per i tentativi di infiltrazione in territorio italiano (ad esempio in Liguria; cfr. Cfr. G. Galli, Piombo Rosso, Dalai Editore, Milano 2013).

Successivamente, nel 1962, Thiriart fondò “Jeune Europe” o “Giovane Europa”, il primo movimento transnazionale paneuropeo, che si proponeva di creare un’”Europa-Nazione” unita da Brest a Bucarest, indipendente rispetto alle influenze sovietiche e americane. Il movimento Giovane Europa ebbe notevole popolarità nel continente, tant’è vero che ben presto si diffuse in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo ed Inghilterra. Fra i membri italiani ricordiamo lo storico Franco Cardini ed il saggista Claudio Mutti.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-europa-di-jean-thiriart

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Per il grande pubblico

Thomas Barnett, assistente dell’ammiraglio Cebrowski, l’ha dettagliata in un libro destinato al grande pubblico, The Pentagon’s New Map (“La nuova mappa del Pentagono”).
Il piano consiste nell’adattare le missioni delle forze armate USA a una nuova forma di capitalismo, dove la Finanza ha il primato sull’Economia. Il mondo deve essere diviso in due. Da un lato gli Stati stabili, integrati nella globalizzazione (requisito che possiedono anche Russia e Cina); dall’altro una vasta zona di sfruttamento delle materie prime. Per questo motivo, conviene indebolire notevolmente – in linea ideale annientare – le strutture statali dei Paesi della zona e impedire con ogni mezzo che risorgano. Un “caos distruttore” – secondo l’espressione di Condoleeza Rice – che non deve essere scambiato con l’omonimo concetto rabbinico, benché i partigiani della teopolitica abbiano cercato in tutti i modi di seminare confusione. Non si tratta di distruggere un ordine cattivo per costruirne un altro migliore, bensì di distruggere ogni forma di organizzazione per impedire qualunque resistenza e permettere ai transnazionali di sfruttare la zona senza intralci politici: un progetto coloniale nel senso anglosassone del termine (da non confondere con una colonizzazione di popolamento).
Iniziando ad attuare la strategia Rumsfeld/Cebrowski, il presidente George Bush figlio parlò di “guerra senza fine”: non si tratta più di vincere guerre e sconfiggere avversari, bensì di far durare i conflitti il più a lungo possibile. Una guerra lunga “un secolo”, disse Bush. È stata, nei fatti, la strategia applicata in Medio Oriente Allargato, una zona che si estende dal Pakistan al Marocco e copre l’intero teatro operativo del CentCom nonché la parte settentrionale di quello dell’AfriCom. In passato i GI’s garantivano agli Stati Uniti l’accesso al petrolio del Golfo Persico (dottrina Carter). Ora i soldati statunitensi sono presenti in una zona quattro volte più vasta, con l’obiettivo di distruggere qualsiasi forma d’ordine.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ancora-gli-amerikani

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Anschluss

Non mi pento, ovviamente, della riunificazione tedesca, che è andata di pari passo con la riunificazione europea. Ma mi pento del modo in cui è stato fatta. La riunificazione avrebbe potuto essere l’occasione per un sorpasso simultaneo dei sistemi occidentali e orientali, mantenendo il meglio di ciascuno di essi e respingendo il peggio. Invece, abbiamo assistito alla totale annessione dell’ex DDR da parte della Germania federale. Approfittando delle circostanze, la Repubblica federale, per mezzo di Treuhand, alla fine acquistò la Repubblica democratica per sottoporla a una terapia di shock liberale-liberista, vale a dire a un regime di sfruttamento capitalistico di cui non aveva finito pagare il prezzo. Trenta anni dopo la riunificazione, la maggior parte delle persone in Sassonia, Brandeburgo e Turingia si sente ancora come cittadini di seconda classe”.

Alain d Benoist

giacché

 

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La nuova via della seta

Con alle spalle il primo lustro di storia, la Belt and Road Initiative è entrata ora in una nuova fase di sviluppo, in alcuni casi anche di adeguamento in risposta alle problematiche e alle critiche emerse.

Laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano, Diego Angelo Bertozzi si occupa da tempo della storia e dei più recenti sviluppi della Cina. In relazione alla Belt and Road Initiative ha collaborato con il Centro Europa Ricerca di Roma alla realizzazione del rapporto La Nuova Via della Seta: impatto sugli scambi internazionali e opportunità per l’Italia. Collabora con diversi siti e riviste specializzate in relazioni internazionali.

La Nuova Via della Seta.
Il mondo che cambia e il ruolo dell’Italia nella Belt&Road Initiative
,
di Diego Angelo Bertozzi, Diarkos, pp. 256, € 17

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La catastrofe dell’Europa

“Una civiltà di mezzo è un raggruppamento che si pone come forza centripeta nel rapporto tra i popoli, così da fornire un’unità di tipo culturale, spirituale e politico grazie alla capacità di esercitare con credibilità un ruolo di equilibratore mediano, ponendosi cioè all’intersezione geo-culturale di una serie di legami storicamente determinati e operativi. Per quanto possa suonare scomodo, la Germania svolge in Europa questo ruolo mediano fondamentale, attorno al quale può costituirsi una civiltà di mezzo caratterizzata da forza attrattiva e volontà progettuale”. “La Germania senza Francia, Italia, Spagna e altri paesi europei è una potenza in balia di competitori più grandi e potenti, l’Europa per realizzarsi appieno necessita dell’apporto consapevole e progettuale di tutti i componenti”.

Per recensire il saggio di Francesco Boco “La catastrofe dell’Europa” (Idrovolante) è utile partire dalle riflessioni dell’autore, intellettuale e filosofo, sul ruolo dell’Europa e sulla funzione unificatrice della Germania. Il lavoro in questione è una ricerca approfondita sui capisaldi di una piattaforma europea di estrazione etno-nazionalista e, a differenza delle basiche elaborazioni di alcune forze nazionalpopuliste, si sforza di costruire un Pantheon di autori di riferimento, con letture in grado di superare gli slogan anti-Ue. La distruzione dell’Europa, infatti, è tutta da vedere. Il sovrastato vive tempi di disamore tra i cittadini, lo scetticismo che alimentano ogni atto con la bandiera blu e le stelle dorate non è arginabile con enunciazioni di principio. Da qui però emerge la necessità di approfondire le possibilità dello spazio europeo, nel momento in cui gli interessi continentali potrebbero non essere più sovrapponibili a quelli degli Usa e della Nato e diventare conflittuali con il dragone cinese.

Boco, già firma tra le più interessanti di Orion e sul Secolo d’Italia (ora commentatore sul Primato Nazionale),  immagina che l’Europa possa risorgere dalle sue ceneri anche con la forza propulsiva della Germania, e questo approdo invita ad un “rovesciamento” della lettura degli scenari dell’attualità politica, con i fragili soggetti politici nazionalpopulisti – deboli in economia, con poche risorse per le campagne elettorali e soprattutto con classe dirigenti non ancora mature – che mostrano i propri limiti, e fessure nelle quali potrebbero infilarsi spinte per eterodirezioni.

bocoIl pregio della riflessione filosofica di Boco, che nella sua ricerca riporta anche alcune suggestioni dell’intellettuale francese della Nuova Destra Guilleume Faye, è senza dubbio il realismo e il confrontare l’analisi con la quotidianità. Per questo non si può non apprezzare la sua presa di distanze dal “populismo più miope e immaturo”, unita all’invito a considerare “ogni apparato istituzionale europeo per quello che è, cioè uno strumento nelle mani di uomini”. E chissà se unendo “la facoltà immaginifica nell’utilizzo della tecnica”, con un quanto mai indispensabile realismo, si possa arrivare ad elaborazioni politiche più solide per affrontare la deriva globalista con armi più competitive.

*La catastrofe dell’Europa di Francesco Boco, pp280, postfazione di Stefano Vaj, euro 20