Società, sociologia

Drogati

Il sogno – meglio, l’incubo – prospettato da Kalergi si sta progressivamente concretizzando. Un rimodellamento del mondo e della realtà completamente nuovi e opposti alla nostra conoscenza fino ad ora vissuta. Un sistema liquido, per dirla alla Bauman, senza popoli e identità; una confusa massa amorfa e indifferenziata dominata da una élite finanziaria transnazionale; una mescolanza anarchica di sessualità perversa e di pulsioni immorali; una proletarizzazione diffusa senza le qualità del proletariato ed una classe medio – borghese degradata al livello della sussistenza. Niente frontiere, né differenze monetarie – forse un paio – e comunque tutte digitalizzate ed elettronizzate. Anche il governo mondiale sarà digitalizzato – lo conferma Klaus Schwab, che afferma come “i governi devono altresì acquisire consapevolezza che è in atto una transizione del potere decisionale da attori pubblici a soggetti privati e da istituzioni consolidate a network spesso non ben definiti”. Un sistema di potere fantasma che stravolgerà il senso del lavoro, l’idea di educazione, la struttura societaria: tutto già ben avviato con il lavoro a domicilio, la didattica a distanza e la distruzione della famiglia.
Quindi, il dominio della finanza, in perfetta collusione con la tecnocrazia, sta attuando il Nuovo Ordine Mondiale, con la sovrintendenza della teologia transumanista, con buona pace dei cultori del buonismo globalista e del pacifismo meticcio.

Ma se non capiamo cosa sta accadendo, il cambiamento del mondo accadrà comunque, ma senza di noi, vocianti e persi nel nostro immenso non sapere, non capire, quindi non sapere come agire.

arrivato oggi
geopolitica

Eurasia

Ben prima di passare il Rubicone, Vladimir Putin aveva avvertito l’Occidente Già nel 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il presidente denunciò infatti il carattere aggressivo e provocatorio dell’espansione della NATO. “Ir. Bulgaria e in Romania – disse – compaiono le cosiddette basi americane avanzate con circa cinquemila uomini ciascuna. Risulta che la NATO ha dispiegato ai nostri confini le sue forze avanzate, mentre noi, continuando a rispettare gli impegni del Trattato15, non reagiamo in alcun modo. Penso che sia ovvio che l’espansiore della NATO non ha niente a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza, stessa o con la necessità di rendere più sicura l’Europa. Al contrario, rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione? E che ne è stato delle dichiarazioni fatte dai nostri interlocutori occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni?” .

Primo piano

Ucraina

il residuo territoriale della Repubblica socialista sovietica ucraina sta scomparendo semplicemente perché il territorio è prevalentemente russo per cultura, storia, religione e lingua.

Anche dal punto di vista politico l’Ucraina non esiste: se non si è così ingenui o disonesti da credere alle patetiche comparsate di Zelensky è del tutto evidente che il territorio è  è controllato dall’ambasciata degli Stati Uniti

Primo piano

Informazione

Lo compresero prima di tutti due studiosi americani, Edward Bernays- inventore del termine propaganda nell’accezione corrente – e Walter Lippman, che introdusse il concetto di “democrazia dello spettatore”, teorizzando il ruolo passivo, di semplice recettore, delle masse, vezzeggiate come cittadini consapevoli, detentori del potere, nello stesso istante in cui erano vittime di indottrinamento, manipolazione, propaganda. I due, brillanti psicologi e sociologi, anticipatori delle moderne tecniche cognitive, nella prima metà del secolo XX lavoravano per il successo del modello socio economico e culturale statunitense. Furono i maestri di quelli che Vance Packard chiamò i persuasori occulti in un libro del 1957 che fece epoca.

Packard svelò la capacità di agire sui registri emotivi e sull’inconscio del pubblico, sul suo narcisismo, su quella che definì insicurezza emotiva, alla base dei messaggi pubblicitari, commerciali ma anche politici, ideologici, valoriali.  “C’è chi si comporta come se l’uomo esistesse solo per essere manipolato”, concludeva. Moltissima acqua è passata sotto i ponti e le tecniche, i mezzi, le capacità di modificare e falsare le credenze e i modi di pensare della massa hanno raggiunto altissimi livelli di perfezionamento. Il maggiore teorico della propaganda autoritaria fu Joseph Goebbels, la cui intuizione fu che la propaganda ha le sue radici nella paura.

Il governo attraverso la paura è ciò che viviamo da marzo 2020, alba dell’epidemia: paura della morte per contagio, accettazione dello spossessamento di sé, un nuovo “vissuto “basato sull’Altro come nemico, potenziale untore, e nell’’accettazione pedissequa dei comportamenti suggeriti/imposti dal potere: maschere, igienizzanti, distanziamento “sociale”, vaccinazione di massa, demonizzazione dei non vaccinati, trattati da assassini e sociopatici. La propaganda di guerra in atto dal 24 febbraio scorso è il prolungamento della narrazione pandemica: paura del nemico come minaccia alla libertà e democrazia, odio diffuso a reti unificate con esiti che sarebbero ridicoli se non fossimo dinanzi a una precisa operazione politico- antropologica di ampio respiro. La lezione di Bernays (nipote di Sigmund Freud) resta importante. Fu il primo a trattare indifferentemente propaganda e pubblicità. Venne incaricato dal governo Usa di organizzare la propaganda di guerra, dirigendo contemporaneamente la pubblicità dei maggiori gruppi industriali dell’epoca.

La sua propaganda non si basava tanto sulla paura, quanto sulle teorie psicologiche di Gustave Le Bon e di Sigmund Freud sulle masse, i cui comportamenti funzionano in modo distinto rispetto a quelli degli individui. Fu Bernays a introdurre i concetti di “mente collettiva” e “fabbrica del consenso”. Non è difficile osservare che le masse non sono capaci di autonomia e tendono all’unanimismo. Il dissidente è espulso dal corpo sociale e può diventare un nemico, il “capro espiatorio” analizzato da René Girard. Chiunque dissenta è escluso dal corpo sociale. E’ il meccanismo utilizzato dal marketing, dalla pubblicità e dalla televisione (audience). La censura determina opposizione e frattura nel corpo sociale, mentre la propaganda genera il gregge. Da anni le oligarchie parlano dei popoli in termini zootecnici. Mario Monti disse: “la democrazia è una forma di governo sbagliata perché è assurdo che siano le pecore a guidare il pastore”.

Nel gregge non può esistere libero arbitrio: il potere è saldamente nelle mani del pastore. L’opinione del gregge non conta, e del resto non è possibile che esista un’opinione autonoma in masse zoologiche eterodirette. Il potere- pedagogo e propagandista – ci illustra qual è il nostro bene. Sta a noi comportarci di conseguenza, ed è esattamente ciò che accade.

Ci ha colpito il commento di un politico ungherese d’opposizione alla vittoria elettorale (la quarta consecutiva) di Viktor Orbàn, bestia nera delle oligarchie liberal, di George Soros e dei gerarchi dell’Unione Europea. Orbàn avrebbe vinto in quanto controlla gran parte della stampa e dei mezzi di comunicazione magiari. In realtà nella nazione danubiana resta assai intenso l’attivismo anti governativo delle centrali globaliste, ma indubbiamente ci sono elementi di verità nel rassegnato commento degli sconfitti. Che dire, allora, della potenza di fuoco unanime dispiegata dalla propaganda filo occidentale, europeista, anti sovranista, liberista in economia, radicale sui temi etici, bellicista da quando è scoppiata la guerra?

Un bizzarro pensatore, Nick Land, lo chiama illuminismo oscuro, definendo “cattedrale” la centrale operativa globale che lavora al controllo delle masse e alla soppressione del pensiero. Con termini diversi e da un orientamento opposto, non è forse la stessa conclusione cui perviene Freccero? Oppure, per fare contenti benpensanti e non pensanti dovremmo dimenticare gli apporti di Debord e di chi, come Foucault, Baudrillard, Barthes e altri, ha analizzato le forme e le mistificazioni del potere nelle società liberaldemocratiche?

Soprattutto, dovremmo dichiarare esaurita la dialettica servo/padrone (ribaltata in padrone/servo) giacché adesso solo una delle due parti si arroga il diritto di parola e vanta una vittoria epocale? La lotta di classe, spiegò soddisfatto il miliardario Warren Buffet, “esiste e l’abbiamo vinta noi “. L’errore è pensare che sconfitto sia stato solo il marxismo. Il tallone del Dominio schiaccia tutti, qualunque sia la posizione sociale e l’orientamento ideale.

La grande novità, nelle posizioni della commissione Du Pre- a dimostrazione di quanto siano inservibili i vecchi schemi ideologici, culturali e segnaletici (destra-sinistra, conservatori-progressisti), è di smascherare con sorprendente franchezza la radice oligarchica e neoliberale di tesi, avvenimenti, idee che per decenni sono stati patrimonio delle sinistre politiche, anche di ispirazione marxista.  Parliamo del sistema di idee inaugurato nel 1972 dal rapporto del Club di Roma – legato al Massachusetts Institute of Technology– I limiti dello sviluppo, che inaugurava il modello neo malthusiano oggi vincente, segnalando – nel pieno dell’industrializzazione- i pericoli della crescita della popolazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e di sfruttamento delle risorse.  Sono temi che, mezzo secolo dopo, in piena Quarta Rivoluzione Industriale, porta avanti il sinedrio di Davos.

Nel Club di Roma erano già presenti i temi dell’Agenda 2030 e del Grande Reset, espressi senza infingimenti e con linguaggio chiarissimo. Evidentemente la propaganda ha svolto egregiamente il suo lavoro e le élite ritengono i popoli maturi per la transizione digitale (l’uomo-cifra) e il controllo da remoto (Green Pass, chip, card), un destino servile e post umano. Ne riparleremo in un successivo intervento, riflettendo sui meccanismi di persuasione che ci hanno resi spettatori paganti e plaudenti di un Truman Show di cui siamo le vittime.

geopolitica, Società

La guerra ideologica

La guerra ideologica è quella in cui, per riproporre una definizione di Schmitt, il nemico viene demonizzato e criminalizzato. Dunque, diviene meritevole di annichilimento. La guerra ideologica non conosce limiti e si fonda sul sovvertimento della realtà. È la guerra immaginaria di pseudointellettuali, giornalisti e analisti geopolitici in preda alla sovraeccitazione bellica. È la guerra in cui si creano i falsi miti: l’eroica resistenza dei soldati ucraini sull’Isola dei Serpenti (arresi senza sparare un colpo), il fantasma di Kiev che abbatte sei caccia russi (mai esistito), la resistenza ucraina che gira i cartelli stradali per confondere l’avanzata russa (nell’era della guerra tecnologica). La guerra immaginaria è quella in cui la Russia viene descritta come Paese isolato quando invece rafforza la sua cooperazione con Cina e Pakistan (entrambe potenze nucleari) ed in cui UE ed Anglosfera vengono presentate come il “mondo intero”.

18 euro

La Russia è l’unico Stato realmente indipendente e sovrano in un’Europa politicamente frazionata e sostanzialmente soggetta, nonostante alcune renitenze, all’egemonia americana. Infatti l’unico territorio europeo che non sia occupato da basi militari USA o NATO è quello russo. L’unica capitale europea che non è tenuta a chiedere permessi agli USA e a render loro conto è Mosca. Anche sul piano spirituale ed etico, solo la Russia difende quei valori che sono patrimonio dell’autentica civiltà europea.

https://www.eurasia-rivista.com/negozio/lxiv-la-russia-territorio-libero-deuropa/

Primo piano

Russofobia

Esaminiamo le prime pagine delle riviste, scelte tra le più serie e le più rispettate. Tutte rappresentano un Presidente russo minaccioso, inquietante, in un ruolo di “uomo che non sorride mai”, malefico e talvolta persino caricaturato come Hitler. (…)

La lista è così lunga e ripetitiva da diventare deprimente. E’ interessante notare dei punti di continuità con il passato. La rivista austriaca News titola così: Vladimir Putin, il nemico del mondo, con un fotomontaggio che rappresenta il Presidente russo nei panni di un vampiro, con un sorriso insanguinato come quello di Dracula. Ora, proprio così i disegnatori inglesi della metà del XIX secolo caricaturavano lo zar Nicola I, e l’autore di Dracula, lo scrittore imperialista inglese Bram Stoker, assimilava il conte Dracula agli zar russi. All’epoca lo zar era caricaturato con gli stessi tratti diabolici: lo si vedeva sorvolare l’Europa con le sue ali da vampiro, falce alla mano, o suonare il pianoforte sbattendo le ali per meglio sottolineare la sua gioia per la morte di una personalità europea. Come Vladimir Putin – e Stalin all’inizio della Guerra Fredda – lo si disegnava come il grande organizzatore del ballo dei vampiri, pronti a succhiare il sangue dell’innocente Europa.

 Ci vorrebbe troppo tempo per analizzare il contenuto degli articoli e dei libri anti Putin: sarebbero a riempire intere biblioteche. Ma tutti dicono all’incirca la stessa cosa: Putin è un bugiardo, un impostore, un cleptocrate, un autocrate, un manipolatore, un dittatore, un violentatore (di popoli), un oppressore, un invasore, un calcolatore, uno stalinista, un fascista, un reazionario, un conservatore, un Mussolini (Brzezinski), un Hitler (il principe Carlo, Hillary Clinton e i presidenti baltici e polacchi), un nostalgico dell’Impero zarista, un nostalgico dell’URSS, un revisionista, un kappagibista, un maniaco sessuale. (…)

L’obiettivo di quest’operazione di demonizzazione di lungo respiro – cominciata già dal suo arrivo al potere alla fine del 1999 e proseguita senza tregua da allora, con qualche lieve calo di intensità durante i periodi di calma relativa, come quello tra il 2001 e il 2003 e quello del 2009 – è manifesto: far perdere credibilità alla Russia e al suo Presidente, stigmatizzarlo agli occhi dell’opinione pubblica al fine di farne il capro espiatorio di tutte le nefandezze mondiali. Si tratta soprattutto di renderlo responsabile di tutto ciò che è accaduto in Ucraina e di preparare l’opinione pubblica a un’eventuale guerra europea di lunga durata, sul modello jugoslavo o afghano. Assimilando Putin a Hitler e mettendolo sullo stesso piano di Miloševic, Saddam Hussein e Bin Laden, tutto diventa possibile, anche il peggio.”

Da Russofobia. Mille anni di diffidenza, di Guy Mettan, Sandro Teti editore, pp. 356-7, 359-360.

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2022/02/28/una-demonizzazione-di-lungo-respiro/

storia

Eritrea

Questo saggio descrive ciò che fu l’Eritrea al tempo degli Italiani, offrendo un quadro d’insieme delle realizzazioni effettuate dal governo italiano e dai nostri connazionali.
     Il colonialismo non fu tutto “rose e fiori”, ma in Eritrea le cose positive superarono di gran lunga quelle negative. Le ricerche, gli studi, gli esperimenti, le opere compiute non solo all’inizio, ma per tutto l’arco della presenza italiana in Eritrea, rappresentano la testimonianza più concreta, o meglio ancora, la passione con cui l’Italia riuscì a trasformare un territorio per la maggior parte incolto e abbandonato in uno dei paesi più belli e, per quel tempo, più progrediti del mondo.
     Gli italiani che trasferirono la loro vita, i loro beni, le loro aspettative in quella terra d’Africa lo fecero con coraggio, per creare qualcosa di nuovo e di buono a favore non solo di loro stessi ma di quelle popolazioni.
     Importantissimi, nell’opera svolta dall’Italia, furono i buoni rapporti immediatamente instauratisi tra Eritrei e Italiani: infatti i nostri connazionali entrarono in Eritrea senza colpo ferire e molte furono le tribù o le etnie che volontariamente si posero sotto la protezione del nostro governo.
     L’Italia impegnò ingentissime somme per lo sviluppo della colonia primogenita: quel meraviglioso “pezzo d’Africa” fu infatti per gli Italiani il proseguo e il completamento della loro propria terra. Rita Di Meglio, di origine ischitana, è nata a Napoli nel 1935; si trasferì ad Asmara nel 1940, con la mamma Caterina Scotti, ove il padre, Vincenzo Di Meglio, era primario del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale principale Regina Elena.
     Visse i dolorosi momenti della guerra e dell’entrata degli Inglesi e, insieme ai suoi familiari, le conseguenze della sconfitta. Più tardi fu testimone del dramma dei nostri connazionali, vittime del terrorismo voluto dagli occupanti.
     Il padre, eletto presidente del Comitato Rappresentativo degli Italiani in Eritrea (C.R.I.E.), si batté a rischio della propria vita per il bene dei suoi connazionali e per l’indipendenza dell’Eritrea e rappresentò ufficialmente la nostra comunità in seno alla Nazioni Unite. Fu soprattutto grazie al suo appassionato intervento che fallì il compromesso per la spartizione dell’Eritrea tra Sudan ed Etiopia.
     Rita Di Meglio nel 1997 è tornata in Eritrea ove è rimasta fino al 2010 approfondendo studi e ricerche sulla storia di quel suo amato paese.
     Ha pubblicato decine di articoli in italiano, inglese ed arabo. Tra le sue pubblicazioni il saggio L’Islam uno sconosciuto in Occidente (Pironti, 2003). Oggi vive a Roma.
Collector club