economia

Il grande saccheggio

infatti, l’imbroglio finanziario confezionato nelle banche statunitensi è solo l’esito truffaldino e rovinoso di un ben più ampio e temerario tentativo. E sta al fondo, come tenteremo di mostrare nel seguito di questo saggio, di un blocco sistemico del capitalismo. Del resto, non siamo certo i primi a dirlo: nella primavera del 2008 qualcuno ha soltanto sottratto un masso alla diga che stava cedendo sotto una valanga d’acqua. Dovrebbe, d’altronde, essere evidente a tutti. Come avrebbe potuto la spe­culazione finanziaria, di per sé, produrre tanto danno se essa non fosse stata costruita su almeno un ventennio di indebitamento senza precedenti delle famiglie americane e dunque di esposizio­ne delle banche? E perché le famiglie americane sono state spinte con una campagna ideologica da ‘prima crociata’ a comprare così tante case e a consumare così tante e inutili merci da fare dei rifiuti uno dei più rilevanti problemi sociali e ambientali del nostro tempo?
Oggi è ben noto, come lo era, per la verità, anche ieri. I cittadini americani dovevano consumare allo spasimo per tenere in piedi il meccanismo dello sviluppo. Perché il processo di accumula­zione non si bloccasse, essi dovevano tirare la volata alla mac­china mondiale della crescita. E per un così superiore fine non era importante se essi si indebitavano, se i loro redditi da lavoro ristagnavano, se le banche facevano scorrere fiumi di prestiti ine­sigibili, se immense risorse finanziarie venivano drenate, sempre più copiose, dai vari angoli della Terra. In realtà, sotto i crolli del terremoto finanziario si cela un vasto e profondo epicentro economico e sociale. Sotto i soldi, sotto la carta moneta, sotto gli imbrogli bancari, c’è lo squilibrio grave nella distribuzione della ricchezza reale. Credere, dunque, che una regolamentazione più severa dei movimenti finanziari – misura in sé necessaria – riporti lo sviluppo sul suo luminoso sentiero è come riparare gli infissi di un edificio in cui sono crollate le fondamenta.
La crisi era già visibile prima che dilagasse in dimensioni mon­diali nel 2008. Uno studioso tedesco, come vedremo più avanti,

l’aveva pronosticata come in un vaticinio, già ai primi anni No­vanta1. Ma, osservava lo stesso Kurz in un testo pubblicato nel 2005, essa si discosta in maniera sostanziale dalle precedenti crisi cicliche del capitale. Queste ultime si verificavano allorquando, grazie a una innovazione tecnologica di rilevante portata, la pro­duzione industriale si intensificava, assorbendo una massa consi­derevole di forza lavoro e creando un eccesso di produzione che terminava, dopo qualche tempo, nella caduta del ciclo espansivo. Seguiva una fase di disoccupazione, di rallentamento generale dell’economia. Mentre almeno parte del capitale monetario ac­cumulato si indirizzava verso la speculazione finanziaria.
Così, ad esempio, è avvenuto, in forma paradigmatica, nelle grandi crisi della seconda metà del XIX secolo, più ampiamente nella Grande Depressione degli anni Trenta del Novecento’. Al ciclo delle ferrovie seguiva quello dell’elettricità e della chimica, più tardi sarebbe toccato all’automobile, ecc.
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento il proces­so di accumulazione capitalistica è stato promosso da una poten­te ondata di innovazione tecnologica incentrata sullo sviluppo della telefonia, della microelettronica e di tutti i suoi molteplici derivati, e sull’espansione dei servizi. È stato questo insieme di innovazioni che ha costituito la Tràgertechnologie, la tecnologia portante di questa fase di espansione, culminata nella seconda metà degli anni Novanta, soprattutto negli Usa. Essa, in un cer­to senso, chiudeva l’epoca fordista, con al centro la produzione dell’automobile, e ne schiudeva un’altra2.
Ma in questi anni lo schema consueto dei cicli economici non s è ripetuto. L’economia delle bolle speculative – dice Kurz – s è «disaccoppiata» dall’economia reale già a partire dagli anni Ottanta. Egli rammenta infatti tutte le crisi finanziarie di questa fase, a partire dal Messico nel 1982 per passare al crollo specula­tivo del 1989-1990 in Giappone, al crack borsistico mondiale del 1987, alle crisi dei paesi dell’Asia, della Russia e del Brasile negli anni Novanta, allo scoppio della bolla borsistica a Wall Street nel 2000-2001, alla bancarotta Argentina del 2001 2002, e così via3. E vero, non sono crisi tutte riconducibili a una stessa dinamica e causa. Ma è un ribollire di tracolli del tutto inedito, simile ai «periodi sismici» che precedono e seguono i grandi terremoti. Esso mostra il nuovo peso che la finanza ha assunto nel decidere le sorti dell’economia reale.
All’autore, ovviamente, manca la conferma del tracollo globale degli ultimi anni. Ma non gli è proprio necessaria. In realtà l’eco­nomia finanziaria, l’ingigantimento dei valori monetari, ha solo simulato una nuova fase di accumulazione reale del capitale. Essa ha coinvolto in misura ridotta forza lavoro nella produzione di merci. Si è gonfiata con un basso tasso di assorbimento di «la­voro astratto», come si esprime marxianamente Kurz. E dunque non rappresenta, se non in parte, ricchezza reale, mentre si è enormemente ingigantita in forma di denaro e ha preteso di vi­vere di vita autonoma, sganciata da ogni equivalente con le merci e i servizi realmente prodotti.

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