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Ricordo di Ugo Malaguti

Per i lettori che mi seguono da tanto, tantissimo tempo, e che sanno tutto della mia vita e delle mie vicende fino al 2002, quando uscì la corposa introduzione a due voci di Millennium, libro in tandem che celebrava i quarantanni di carriera letteraria miei e di Lino Aldani, riassumerò molto brevemente i miei ricordi degli ultimi quattordici anni: sono stati anni pieni di guai: guai di salute, di vita, di occasioni perdute. Per questo non vorrei soffermarmi troppo su questa storia recente. Ho dovuto combattere con un cuore male in arnese, con delle carotidi ostruite, e infine con un ictus che, come è successo al Marco protagonista del romanzo scritto proprio in questi ultimi giorni, mi ha colpito alla vigilia di una festa importante… a lui è capitato il Natale, a me Capodanno.
Per di più, ho perso tre fra i pochi amici autentici e soprattutto che ho sempre rispettato nel panorama fantascientifico: Lino Aldani, Ernesto Vegetti e Vittorio Curtoni. E molto triste il mondo, quando ti mancano persone che associavi sempre alla tua vita, con le quali il piacere di conversare era una delle cose migliori che potessero capitarti. Tutti coloro che disprezzo e considero insopportabili, ahimè, sono rimasti in giro, anche se le mie disgrazie mi hanno dato la grande fortuna di poterli evitare: ma che i tre più validi, con i quali valeva la pena incontrarsi, se ne siano andati, uno dopo l’altro, non depone a favore delle capacità visuali del destino.
E infatti in questi anni ne ha risentito la mia non copiosa produzione di autore: che in quasi tre lustri, ha visto nascere una sola opera, E quel giorno a Lucca l’orco acchiappò la mammifera, un romanzo, dove l’orco di S. Michele in Bosco, la bella escort Biancaneve, il dotto cardinale Prospero Lambertini, e il robot cameriere del Roxy Bar, partono
per una quest attraverso i vulcani degli Appennini, le rovine di una Firenze popolata di alberi assassini, fino a una stralunata Lucca dove si compirà il loro destino. Non spetterebbe a me dirlo, ma effettivamente meno scrivo, meglio scrivo, visto che le mie due ultime opere in ordine cronologico, Una storia tra i monti e appunto Quel giorno a Siena, credo siano in assoluto le mie migliori.. Ma si sa, la popolarità si mantiene con il presenzialismo, e dopo avere vissuto un decennio come il più popolare scrittore italiano di Science fiction, nei quarantasei anni successivi la mia produzione è stata così rara e scarsa da rendere sorprendente il fatto che tanti, tanti lettori ancora aspettino le mie novità, le leggano, e ne chiedano altre.
Non starò quindi a raccontare nei dettagli come ho vissuto i quattordici anni che passano dall’uscita di Millennium alla comparsa di questo Cronache di un antico avvenire. Magari soddisferò i biografi curiosi se avrò la fortuna, la salute e il tempo per realizzare una terza antologia delle mie opere migliori, perche ce ne sono ancora che mi piacerebbe rivedere in volume, e tante altre avrei voglia di scriverne.
Questa seconda antologia, che esce sul quarantaquattresimo volume della collana inaugurata proprio da Storie di ordinario infinito, ha avuto una genesi e una lavorazione di grandi tribolazioni e, per eventi editoriali, famigliari, di salute, che soprattutto negli ultimi tre anni, mi hanno impedito di lavorare a qualsiasi altro progetto, e mi hanno fatto più volte disperare sul completamento di questo libro, e pensare che nella migliore delle ipotesi sarebbe uscito postumo, cosa che per qualsiasi autore vivente non rappresenta certo l’obiettivo più desiderabile.
Il romanzo di apertura era obbligato. Satana dei miracoli compie i cinquant’anni, è uno dei miei libri più discussi, elogiati e recensiti, ci sono interi capitoli delle storie della fantascienza italiana che ne parlano, suscitò polemiche feroci e tutto sommato fu lo strumento della mia fortuna, soprattutto grazie alle critiche degli ultraintegralisti cattolici che mi coprirono di contumelie e di insulti (già II sistema del benessere, un anno prima, mi aveva attirato addosso la nomea di servo sciocco del Cremlino e di quinta colonna del comunismo sovietico; e così a un anno di distanza, un libro nel quale Dio è diventato malvagio, e i suoi robot bruciano la gente sul rogo, mentre Satana è diventato buono c tollerante… be’, si fa per dire… non era, come qualsiasi persona sana di mente di oggi avrebbe capito subito, un assalto alla superstizione e all’ignoranza, come sarebbe stato nelle mie intenzioni, ma un’opera atea, blasfema, e scritta da un apostata senza fede e peggio ancora) ai quali tanti altri lettori reagirono rafforzando l’affetto che già provavano per me, per averli fatti sognare con le mie storie di fantar-cheologiae i miei saggi divulgativi sui misteri dello spazio e del tempo.
Devo dire che le migliori critiche, c le recensioni più assennate, mi giunsero dalle pubblicazioni dei gesuiti e dei domenicani, che ne apprezzarono un misticismo innato e una protesta contro l’ignoranza che li aveva molto colpiti, mentre il buon Lev Verscinin, il più popolare italianista e traduttore risso, quello che aveva scelto e reso famoso Tiro al piccione e un altro paio di mie storie sociologiche, disse che il romanzo era splendido, ma che era troppo pieno di accenni alla religione cattolica, per essere pubblicabile in Unione Sovietica. Suscitò comunque un’ondata di consensi e dissensi che contribuì certamente alla mia popolarità.
Roberta Rambelli, che ne scrisse una splendida presentazione per l’uscita su Galassia, in realtà rimase un pochino delusa. Era molto orgogliosa di avere scoperto in me l’epigono italico della Science fiction sociale, il Frederik Pohl de noartri, aveva passato cinque anni a convincermi che era quella la mia strada e la mia vocazione, e si ritrovava di fronte a un libro completamente diverso dal Sistema del benessere, con un forte contenuto contemplativo e lirico, l’inizio della mia ricerca di una musicalità letteraria che sarebbe stata nei decenni successivi la mia maggiore ambizione di scrittore. A Roberta però il libro era piaciuto moltissimo, e da persona onesta e critica illuminata com’era, cominciò a porsi degli interrogativi, concludendo che io dovevo seguire la mia ispirazione, e che forse era molto più Satana a rappresentarmi, piuttosto che il Sistema. La ringrazierò per sempre pcr non avermi odiato, scegliendo una strada che non cra quella che lei aveva ipotizzato per me, e posso aggiungere solo un dettaglio… la critica ha parlato molto di un’ispirazione simakiana, pcr questo romanzo e per la successiva fase della mia carriera, e non nego che Simak mi abbia dato tante atmosfere e soprattutto tanti messaggi importanti che indegnamente hanno influenzato alcune delle mie opere, ma se devo confessare un debito, pcr le atmosfere e i ritmi di questo libro, devo ammetterlo per quello che io ritengo il film più bello di tutta la storia del cinema (sì, ne sono assolutamente convinto ancora oggi, quando i miei gusti di ventenne sono cambiati e certe opere che in quegli anni mi apparivano come capolavori oggi mi annoiano profondamente) e cioè il settimo sigillo di Ingmar Bergman, e non solo per il desiderio di Astaroth di giocare una partita a sacchi con il Diavolo, ma per gli scenari, per la natura, per la presenza stessa dei Lontani, per l’omogeneità dovuta anche al fatto di averlo scritto di getto, in pochi giorni.
Un romanzo scritto nel 1966, cinquant’anni fa, pcr uno scrittore come me, che rivede e riscrive le sue opere giovanili perché gli anni non scorrono invano e la persona di oggi non e la stessa di quella degli anni lontani della giovinezza, o forse e la stessa, ma con un cumulo di esperienze e una maturazione in più, avrebbe dovuto essere un facile territorio di caccia. Infatti ero partito deciso a farne una riscrittura, modernizzarlo, attualizzarlo. E cosa è accaduto? Mano a mano che lo rileggevo, non trovavo nulla da cambiare. Un evento raro pcr me, che e avvenuto con Di alcuni delitti a Londra e poche altre storie. Satana dei Miracoli, a parte qualche correzione tecnica qua c là, è quello che uscì nel 1966, e segnò un punto di arrivo e di partenza nella mia attività di autore.
Ho scelto il titolo, strano come quello del mio primo libro antologico, Cronache di un antico avvenire, proprio in base alla mia intenzione di raccogliere molte delle storie dei mici anni giovanili, c tra le mie opere degli anni ‘60 (come dirò in una delle note di apertura dei singoli racconti, alcune di queste storie erano la riclaborazione di un ancor più antico avvenire, frutto della mia grafomania degli anni ‘50, quando, dagli 11 anni in poi, producevo tonnellate di storie e abbozzi di storie che poi mi sono venute utili negli anni successivi) ci sono Situazione critica. del 1965, Maglia gialla, del 1962, Frammenti di cristallo, del 1962, Viro al piccione, del 1964, c Dieci problemi e uno scrittore, del 1967. Insieme a Satana dei miracoli, del 1966, costituiscono la metà numerica delle mie scelte (c’era anche inizialmente Le reti di Vega, eliminato dalla straripante invadenza di Doppia corsìa e dalla vena scaramantica che non voleva comporre di 13 storie questo libro, visto che di disgrazie ne avevo già passate a sufficienza scrivendolo). Ci sono poi le storie degli anni 80 e 90, che io considero i miei anni di transizione. Probabilità zero del 1996, Verso il confine dell’aurora del 1998, Cinque favole immorali del 1983 e Dialogo del 1998. Le storie degli anni 2000 si riducono quindi a due, ma occupano metà dell’antologia, perche sono un romanzo breve, Una storia tra i monti, del 2001, c soprattutto Doppia corsia, che ho scritto quando già a Elara stavano preparando impianti e stampa dell’antologia, che l’arrivo di un romanzo di oltre cento pagine ha ovviamente scombussolato.
Delle primissime storie, la giovinezza mi sembra la caratteristica più suscettibile a critiche. Ho cercato di rimediare, ma le storie erano quel tipo che negli anni 60 andava per la maggiore, e il telaio è rimasto eguale. Lo dico in particolare per Frammenti di cristallo, uno dei miei primissimi tentativi, ma anche di quelli ai quali sono rimasto più affezionato. Leggendolo attentamente, forse si possono già vedere le radici dell’Ugo Malaguti della seconda parte di questa lunga carriera.
Una storia tra i monti, ribadirò questo concetto più volte, è il mio testo che più mi soddisfa in assoluto, e che ho riletto con il piacere del lettore, e il compiacimento dell’autore, lasciandolo così com’era. In questo volume ci sono due clamorose violazioni della mia prima regola di editor, quello di non pubblicare mai lo stesso testo nella stessa versione in due titoli della stessa collana. Se per Cinque favole immorali posso difendermi dicendo che è uscito, sì, su Nova prima e su Pianeta Italia poi, ma che non era mai apparso nella Biblioteca, per quanto riguarda Una storia tra i monti la scelta di ripubblicarlo trenta volumi dopo Millennium, sede della sua prima pubblicazione, è stata invece consapevole, motivata, e credo giustificata. E non solo per la vanità di
autore che traccia una sottile linea di demarcazione tra un’antologia a due voci come Millennium, dove condividi lavoro e pubblico con un’altra persona, e un’antologia personale, dove le tue scelte sono personali, sci l’unico responsabile, se sbagli devi recriminare solo con te stesso. Anche per il fatto che Millennium divideva i lettori tra miei affezionati e fans di Lino Aldani, e questo, sotto certi profili, e stato uno svantaggio per entrambi. Eravamo infatti così diversi tra noi, così legati a tradizioni e pubblici diversi, che molti dei lettori affezionati alla tradizione del sottoscritto non hanno preso il libro a due voci, non chiedetemene il perché, e quindi una buona metà di coloro che avevano preso Storie di ordinario infinito ancora non ha letto quello che io ritengo il mio migliore lavoro. Imperdonabile. Perciò eccolo qui. E se lo avete letto quindici anni fa, be’, rileggetelo. Non vi farà male.
Qualche riga in più (l’introduzione a Storie di ordinario infinito era di diciotto fittissime pagine, quella di Millennium, prevalentemente grazie alla straordinaria sinteticità di Lino, era di dodici, vorrei contenere in sci quella di questo libro, già fin troppo voluminoso di per sé) merita Doppia corsia, a oggi il mio ultimo parto letterario, scritto tra il 18 febbraio e il 20 marzo, non appena ritornato a casa da una lunga degenza ospedaliera per un ictus che mi ha subdolamente colpito nel pomeriggio del 30 dicembre 2015, proprio come capita a Marco, il protagonista, che però è stato colpito alla vigilia di Natale, e quindi non ha avuto la fortuna di gustarsi tortellini, bollito e salsa verde, come ho potuto fare io grazie a mia moglie Gabri, che ha rasserenato e illuminato uno dei Natali in assoluto più poveri e poco allegri della mia vita.
L’ictus è arrivato come ultimo atto di un’odissea fisica che è iniziata con un’operazione a cuore aperto, nel 2005, la sostituzione di una valvola aortica, un paio di bypass e l’applicazione di un pacemaker, è proseguita con un paio di attacchi ischemici, due interventi chirurgici alle carotidi, e altre sofferenze minori. Negli ultimi anni, in pratica ho visto più le corsie degli ospedali che il salotto di casa. L’ictus e stato ancora più perfido perché mi ha colpito proprio quando stavo ricominciando a lavorare, e ha interrotto un processo di ritorno alla normalità sul quale poggiava tutto il possibile mio futuro.
Mi è andata di lusso, sotto certi aspetti. Un po’ di terapia intensiva, molta riabilitazione, una sorta di faida con un primario che mi inseguiva di giorno e di notte per impedirmi di scendere a fumare, una convalescenza un po’ ruvida, ma conseguenze tutto sommato limitate. Certo, oggi sono entrato nella categoria dei ccrebrolcsi, ma alcuni possono dire che non ha certo peggiorato le mie capacità mentali, visti i precedenti. E riprendendo la vita, gradualmente, faticosamente, visto che l’unica cosa che potevo fare era mettermi a scrivere, ed Elara aveva da tempo annunciato il mio nuovo libro, ho deciso di mettermi alla prova e tentare di scrivere un raccontino per dare anche qualcosa di totalmente inedito ai mici lettori.
L’idea mi era venuta in reparto, ovviamente, insieme al titolo. Come avvenne quando Lino insistè perche io scrivessi un raccontino, possibilmente breve, inedito, per Millennium (lui aveva fornito un inedito molto breve, si raccomandò di non alterare l’equilibrio del libro allungandomi troppo) e nacque Una storia tra i monti, anche Doppia corsia nelle mie intenzioni non avrebbe dovuto superare le scttc/otto pagine che erano già previste per Le reti di Vega.
L’inizio era molto autobiografico, descriveva la mia quotidianità ospedaliera, ma come sempre mi succede, l’opera ha deciso di andare per conto suo. E io ansante a seguirla. Alla fine è venuto fuori un romanzo, il più lungo che ho scritto dai tempi de // palazzo nel cielo. Ve lo dedico con un certo orgoglio, perché ho l’impressione che funzioni, e che molti elementi che sono venuti fuori inaspettatamente siano assai meno banali o inspiegabili di quanto possa sembrare. E mi sento in una botte di ferro. Vi piaccia o no, posso sempre opporre la scusa di essere ufficialmente quello che si definisce un cerebrolcso. Quanti dei miei colleghi possono accampare una giustificazione altrettanto plausibile?
Bologna, 3 aprile 2016
UGO MALAGUTI

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