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Coronavirus

coronavirus-il-nemico-invisibile-183173Perché un Istant Book sul Covid-19?

Perché in un momento di crisi planetaria, in cui si fatica a comprendere il vero volto di quello che ho definito un “nemico invisibile”, era a mio dire necessario provare fare chiarezza e tentare di ricostruisce la genesi e la diffusione della pandemia, presentando anche le incongruenze, le lacune e le contraddizioni della versione “ufficiale”.

L’obiettivo che mi sono posta era quello documentare come esista un acceso dibattito su diversi punti cruciali che a oggi risultano ancora fumosi e indeterminati: in particolare origineluogo e cause del contagio. Esistono infatti ipotesi diverse, persino sostenute da eminenti scienziati o analisti, che si differenziano dal resoconto semplicistico che è stato offerto all’opinione pubblica.

La seconda parte del libro, curata dall’avv. Luca D’Auria, vuole invece raccontare un’ipotesi sul presente e sul futuro provando a in chiave filosofica, sociologica e antropologica i mutamenti della nostra società schiacciata sotto il peso dell’emergenza sanitaria.

Quali sono le tesi alternative che analizzi nel libro?

Va fatta una premessa: non sappiamo ancora nulla di certo. A oggi risultano fumosi e indeterminati dei punti cruciali che riguardano la pandemia: in particolare origine, luogo e cause del contagio. Pertanto ho preso in considerazione, citando fonti documentate, anche la pista dell’errore umano, cioè l’ipotesi della fuga del virus dal laboratorio di biosicurezza di Wuhan; la possibilità che il contagio non sia partito in Cina; un attacco bioterroristico.

Secondo «The Lancet», in uno studio realizzato da diversi ricercatori esperti in virologia ed epidemiologia, l’ipotesi della genesi del contagio dal mercato ittico, che è diventata la versione “ufficiale”, non sarebbe del tutto fondata. Nel report gli studiosi hanno messo in luce come 13 dei 41 casi successivi al paziente zero non abbiano avuto alcun contatto con il mercato di Wuhan, escludendo anche che vi siano stati «legami epidemiologici fra il primo paziente e gli altri casi».

In un articolo del 2017 per «Nature», David Cyranoski sollevava inquietanti dubbi sulla sicurezza del laboratorio di Wuhan, scrivendo che alcuni scienziati al di fuori della Cina erano preoccupati per la fuga di agenti patogeni e per l’aggiunta di una “dimensione biologica alle tensioni geopolitiche” tra la Cina e altre nazioni. Cyranoski già nel 2017 accennava pertanto all’allarme sollevato da diversi scienziati, preoccupati per l’eventuale fuga di agenti patogeni dal laboratorio di Wuhan.

L’eminente epidemiologo e pneumologo Zhong Nanshan – colui che scoprì il coronavirus SARS nel 2003 – ha invece dichiarato durante una conferenza stampa del 27 febbraio che sebbene il virus sia apparso per la prima volta in Cina «potrebbe non essere nato in Cina».

Altrettanto emblematiche le accuse ufficiali rivolte agli USA, che spostano il dibattito sullo scacchiere geopolitico. Giovedì 12 marzo il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian, tramite un tweet al vetriolo, ha accusato il governo americano di poter essere responsabile della genesi della pandemia: i militari statunitensi potrebbero aver portato il coronavirus a Wuhan. La posizione di Lijian è stata ripresa e condivisa da diversi ricercatori e analisti. La CNN, per esempio, ha ricordato un episodio che descrivo nel primo capitolo del libro: lo scorso ottobre centinaia di atleti delle forze militari americane erano a Wuhan per i Military World Games. Il direttore del Centers for Disease Control (CDC) Robert Redfield, in un video pubblicato da «People’s Daily», ammette che alcuni americani che in precedenza – prima dell’inizio dell’epidemia in Cina – si pensava fossero morti di influenza sarebbero stati in realtà contagiati dal Covid-19.

Vi sono poi ipotesi più estreme che intendono avvalorare invece la pista della guerra batteriologica. Un eventuale attacco bioterroristico, secondo queste teorie, rientrerebbe all’interno della guerra commerciale tra USA e Cina. I Paesi più colpiti dal contagio, oltre alla Cina, infatti, sarebbero l’Italia e l’Iran, partner commerciali di Pechino. La pandemia ha infatti danneggiato la Nuova Via della Seta, BRI (Belt and Road Initiative), l’ambizioso programma del governo cinese che intende finanziare con oltre 1.000 miliardi di dollari volti alla realizzazione o al potenziamento di infrastrutture commerciali – strade, porti, ponti, ferrovie, aeroporti – e impianti per la produzione e la distribuzione di energia e per sistemi di comunicazione in quasi ogni angolo del pianeta.

 

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