storia

Politiche sociali al tempo del fascismo

“Sicurezza sociale indica l’impegno da parte delle autorità pubbliche per garantire a tutti un reddito minimo di sopravvivenza e per combattere cinque grandi «giganti» cattivi, che minacciano la dignità dei cittadini: la miseria, la malattia, l’ignoranza, il degrado provocato da abitazioni malsane e l’ozio connesso alla disoccupazione e alla dipendenza.”

Sir William Beveridge.

L’espansione delle «politiche sociali» – secondo l’espressione del tempo – all’interno del fascismo e del nazismo è la risposta a spinte di diversa natura, spesso difficilmente distinguibili tra loro con nettezza. Inoltre, può accadere che i medesimi provvedimenti servano a molteplici obiettivi. Ciononostante, vale ugualmente la pena proporre una classificazione per far risaltare le analogie e le differenze con le «vie» seguite dagli altri Paesi.

Una prima spinta accomuna i fascismi ai sistemi politici democratici e consiste nel mettere in campo misure di intervento dello Stato nella società e nell’economia per curare gli effetti della crisi sugli individui e soccorrere le imprese, evitando al contempo il ripetersi del crack [Vaudagna 1981]. Da questo punto di vista, le parole del duce sono di estrema chiarezza: nel 1933, pronunciando il Discorso sullo Stato corporativo divenuto celebre, Mussolini afferma che la depressione non è una crisi «nel» sistema capitalistico, bensì «del» sistema e auspica, perciò, una regolazione piena, organica e totalitaria della produzione[7]. Tuttavia, mentre il corporativismo resta prevalentemente materia di convegni e di propaganda, la soluzione concretamente adottata passa per la creazione di enti quale l’Istituto Mobiliare Italiano (1931) e l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (1933) tramite i quali il potere pubblico si avvia a manovrare direttamente una fetta consistente dell’economia nazionale[8].

L’IRI, in particolare, acquisisce addirittura il controllo del 42% circa del capitale investito nelle società per azioni, spaziando dalla siderurgia bellica e comune alla cantieristica, dall’elettricità all’auto fino al tessile. Solo questa dilatazione della «mano visibile» dello Stato fino a coprire i gangli fondamentali del sistema economico italiano può indurre il fascismo a concepire nel 1936 un piano per lo sviluppo autarchico del Paese all’insegna dello slogan «Preferite il prodotto italiano». Contemporaneamente, il Duce approfondisce la politica di opere pubbliche già affacciata negli anni Venti con le prime bonifiche e la allarga a nuovi settori come la viabilità e l’elettrificazione delle ferrovie, riducendo la disoccupazione: tra il 1929 e il 1936 la spesa pubblica cresce da meno del 20% del Pil a oltre il 33%[9].

Per quanto riguarda la politica sociale in senso stretto, il fascismo si muove nell’ottica di estendere i benefici delle assicurazioni preesistenti alle famiglie dei lavoratori, senza alterare il dispositivo assicurativo, squisitamente italiano, nei suoi lineamenti fondamentali [Silei 2003; Procacci 2008; Bartocci 1999 e 2005; Alber 1983]. In questa direzione va ad esempio la creazione nel 1936 di una Cassa nazionale per gli assegni familiari degli operai industriali. Si pensi che mentre la spesa sociale nella seconda metà degli anni Venti è pari a 300-400 milioni di lire annui, nel decennio successivo tocca 1-1,5 miliardi. Inoltre, il regime adotta tutta una gamma di provvedimenti per spingere le donne verso la sfera domestica e liberare così posti di lavoro per gli uomini, considerati, per principio naturale, i capi del nucleo familiare. Tali provvedimenti confluiscono in una legge del 1938, che limita d’imperio il personale femminile sia nel settore pubblico sia in quello privato al 10% del totale [Gaeta, Viscomi 1996, 245].

estratto da Andrea Rapini, I «cinque giganti» e la genesi del welfare state in Europa tra le due guerre, “Storicamente”, 8 (2012), no. 8. DOI: 10.1473/stor410

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